Tutto questo Niente: il vuoto che si fa sentire

Il Paranoia Festival 2026 torna con un titolo che vale già da solo come riflessione: Tutto questo Niente. Un tema che parla direttamente della paranoia giovani — quel disagio diffuso, silenzioso, che tante ragazze e ragazzi portano dentro senza che nessuno lo nomini.

L’Ordine degli Psicologi della Lombardia si conferma partner istituzionale di questo movimento culturale nato dal basso che mette al centro il benessere mentale delle nuove generazioni — trasformando la paranoia, il disagio, il vuoto in temi da portare in piazza, da discutere, da nominare finalmente ad alta voce.

Bergamo, 8 e 9 maggio. Milano, 11 e 12 settembre. Torino, 13 e 14 novembre 2026.

Leggendo i temi di quest’anno ho sentito il bisogno di dire la mia. Non solo come psicoterapeuta, ma come adulta, come persona che osserva, che ha figli, che lavora ogni giorno con giovani e famiglie. Questo articolo è il risultato di quella riflessione.

Una premessa necessaria

Questo articolo parla di quel vuoto diffuso, di quella paranoia quotidiana che molti giovani portano dentro senza che nessuno la nomini. Non parla di psicopatologia. Non parla di disturbi psichiatrici, di depressione clinica, di ansia generalizzata diagnosticata, di disturbi del comportamento alimentare o di qualsiasi altra condizione che richiede — e merita — un percorso clinico dedicato.

Questo articolo vuole essere una riflessione generale. Qualora avessi l’idea che le problematiche siano più cliniche, puoi contattarmi per riflettere insieme sul da farsi.

1. Il vuoto che i giovani conoscono bene

Cominciamo da questi giovani che sembrano svogliati, arresi, tristi — assorbiti da social, messaggi, applicazioni e giochi online, che sembrano aver scambiato un mondo parallelo e finto con una vita dove basterebbe alzare lo sguardo per strada per vedere i propri simili: quelli in ricerca di un sorriso, una battuta, un’uscita, qualcosa di significante da fare oltre alla scuola e al dover sistemare la stanza.

Questo inizio è per voi.

Il vostro vuoto non è necessariamente depressione, ansia, pigrizia. È una sensazione specifica: un voler fare, scorrendo la vita degli altri, essere connessi ma rimanendo svegli fino a tarda notte — senza il giusto riposo — con la sensazione persistente che manchi qualcosa. Qualcosa che non si trova tra le notifiche.

Lo vedo perché ho figli, perché vedo i figli degli altri, e perché accolgo tanti giovani nella mia pratica psicoterapeutica. Tifo soprattutto per loro — per voi — di capire tutta questa paranoia. Per capire e capirsi. La paranoia giovani di cui parlo non è un’etichetta clinica — è una sensazione reale, quotidiana, che merita di essere capita.

E a proposito di paranoia: è bello che questo festival porti nel nome una parola che di solito spaventa. Festival, del resto, contiene la parola festa — e anche una sensazione di disagio può essere benvenuta, proprio per capirla. È quello che faccio ogni giorno accogliendo l’ansia e la rabbia: non combatterle, ma ascoltarle. Non per nulla alcune pagine del mio sito Un Passo per Volta si chiamano proprio Benvenuta Ansia e Benvenuta Rabbia.

Clinicamente, la paranoia è definita dal DSM-5 e dall’APA come una modalità pervasiva di diffidenza e sospettosità verso gli altri, in cui le loro motivazioni vengono percepite come malevole o minacciose. Nel Disturbo Paranoide di Personalità questa modalità è rigida e pervasiva — ma in senso più ampio, e più quotidiano, la paranoia descrive qualcosa di molto familiare: quel senso di essere costantemente osservati, valutati, giudicati prima ancora di aver aperto bocca. L’APA è chiara su questo: la paranoia non è sinonimo di follia. È uno spettro. E in forma lieve, subclinica, è molto più comune di quanto si pensi.

Il Paranoia Festival ha scelto questo nome con intelligenza: prende una parola che spaventa, la porta in piazza, la trasforma in tema collettivo. La rende umana.

2. Il vuoto che gli adulti faticano a leggere

genitore e adolescente in silenzio — disagio giovanile e paranoia festival 2026
Tra genitori e figli spesso non mancano le parole — manca lo spazio per dirle.

Non essendo più giovanissima, devo essere onesta con me stessa — e invito ogni adulto a fare lo stesso. Facciamo il confronto con com’eravamo noi. Pensiamo di aver fatto più fatica. Diciamo che i nostri tempi erano più difficili, eppure nello stesso respiro esclamiamo: “hanno tutto, cosa hanno da lamentarsi?”

Esatto. Hanno tutto. E forse è proprio lì il problema.

Abbiamo tolto la sfida, la speranza, il senso di dover imparare perché c’è già tutto — e lo abbiamo fatto in buona fede, convinti che togliere le castagne dal fuoco avrebbe reso i nostri figli le creature più felici. E magari più grate. Piccola riflessione su quest’ultimo punto: la gratitudine non si ottiene con il dare tutto. Si ottiene con il lasciare spazio.

Ma hanno davvero tutto? Materialmente forse sì. Di tempo dedicato anche — quello che i genitori chiamano “ci sono sempre stato/stata”. Eppure spesso non ci siamo nel modo più importante: nel dare fiducia. Nel toglierci dai loro attributi — e chi ha figli sa esattamente cosa intendo. Nel resistere all’impulso di intervenire prima che cada.

Questi non sono gesti di cui i figli devono essere grati, perché nascono da un nostro bisogno — di controllo, di compensazione, di non vedere soffrire. E poi pretendiamo che lo capiscano, perché glielo ripetiamo troppe volte a voce.

Quello che ogni genitore dovrebbe ricordare è che le fasi di sviluppo — fisiologiche, biologiche, psicologiche — sono rimaste invariate. Il surplus di soldi, cellulari, vacanze e “ti do tutto quindi per forza devi andare bene a scuola” non funzionerà mai se non permettiamo di sbagliare e fallire.

E dopo l’errore? Ci può stare la rabbia. Ci può stare anche il classico “te l’avevo detto”.

Ma ci vuole soprattutto la rassicurazione che non è successo niente di irreparabile. Che hai sbagliato, hai capito, e vai avanti. E soprattutto la certezza che tu genitore ci sarai — dentro quei confini deve esserci sempre una cosa sola, inequivocabile: ti amo a prescindere.

Il voler salvare a priori ha mille facce: cambiare scuola per evitare la bocciatura, cambiare classe per non affrontare le prese in giro, non lasciare uscire un figlio che non ha ancora trovato il suo gruppo.

Tutte scelte che sembrano proteggere e invece privano. Privano dell’esperienza, della resilienza, del conservatorio di vita.

Perché i tempi sono cambiati? Sì — ma soprattutto siamo cambiati noi. E se siamo diventati adulti diversi, non possiamo pretendere che loro attraversino l’adolescenza come la attraversavamo noi. Ce la cantiamo e ce la suoniamo, e poi vogliamo che sappiano suonare nell’orchestra nazionale e internazionale. Ma per suonare a quel livello bisogna prima passare dal conservatorio. Quello vero. Quello fatto di tentativi, stonature, e ricominciare.

3. Identità sotto sguardo costante

identità sotto sguardo costante — social media e paranoia nei giovani.
Like, notifiche, sguardi — costruirsi un’identità sotto gli occhi di tutti.

Il titolo di questa edizione del Paranoia FestivalTutto questo Niente — non è solo una provocazione estetica. È una diagnosi culturale precisa.

Viviamo in un’epoca di esposizione permanente. I giovani di oggi costruiscono la propria identità in pubblico, in tempo reale, sotto gli occhi di centinaia o migliaia di persone — molte delle quali non conoscono, molte delle quali non li conoscono. E il paradosso è questo: più guardano e si mostrano, più spesso si sentono invisibili. Più si connettono, più spesso si sentono vuoti.

C’è chi guarda e basta. Chi scorre la vita degli altri convinto che il prato del vicino sia sempre più verde — e nel frattempo rimane immobile. Procrastina lo studio, rimanda i percorsi formativi, congela le proprie strade.

E chi è più in difficoltà non esce nemmeno: passa la giornata a letto, con il telefono in mano, dentro un mondo che sembra sociale ma che sociale non è.

C’è chi mette like senza riceverne mai. Chi conta i like degli altri e tira conclusioni su cosa stia succedendo dietro quel post — medesimando, essendo certo che la vita altrui sia migliore, più piena, più degna. Chi si sente escluso da tutto e da tutti pur essendo tecnicamente connesso con il mondo intero. Una paranoia silenziosa, quotidiana, che non fa rumore ma occupa ogni spazio.

Il Festival lo dice bene: il tema di quest’anno indaga la costruzione dell’identità nello spazio di frizione tra la percezione autentica di sé e il giudizio immaginato negli altri. Quel giudizio — mai espresso, mai verificato, eppure potentissimo — condiziona ogni gesto, ogni post, ogni silenzio. Impedendo sempre di più di dire e fare, rimandando, rimanendo sempre più inattivi.

Alfred Adler lo sapeva già: l’essere umano è un animale sociale nel senso più profondo. Il nostro senso di identità si costruisce sempre in relazione agli altri. Ma c’è una differenza enorme tra costruirsi con gli altri e costruirsi per gli altri — tra cercare appartenenza e cercare approvazione. Oggi questa distinzione è diventata sottilissima, quasi invisibile.

Gli algoritmi non aiutano. Anzi, imparano in fretta cosa ti fa sentire visto — e te lo riservano in loop, finché non riesci più a distinguere cosa vuoi davvero da cosa il feed ti ha insegnato a volere. Confermando così ogni convinzione e ansia — spesso false.

Il risultato? Un’identità costruita su uno sguardo che non esiste. Una vita vissuta in risposta preventiva a giudizi mai espressi. Tutto questo — il vuoto che si fa sentire.

4. Il niente che si fa sentire — e cosa fare

La paranoia quotidiana, il vuoto, la fatica di costruirsi un’identità sotto sguardo costante — tutto questo non si risolve con una formula. Ma qualcosa si può fare. E si può fare insieme.

Il primo passo è mettersi in gioco. Tutti. Non solo i giovani — tutta la famiglia, dal suo centro verso i suoi margini: i genitori come perno, ma anche i nonni, i fratelli, gli zii. Perché queste dinamiche non abitano solo nella stanza di un ragazzo — abitano nei rapporti, nei silenzi, nelle abitudini di una famiglia intera.

La seconda cosa da capire è che stiamo parlando di flussi, di momenti, di onde. Tempeste che diventano mari calmi. Soli che tramontano e buio che sembra non finire mai — ma il sole sorge sempre. Non ogni episodio di rabbia — del giovane come quella dei genitori — è la fine del mondo o della speranza.

Alcune cose concrete che funzionano:

  • Lasciare andare e fare un time out. Lasciare scorrere.
  • Decidere insieme parole d’ordine per non far escalare la situazione.
  • Usare l’umorismo — anche quando sembra impossibile.
  • Mangiare insieme, fare qualcosa insieme, distrarsi e distrarre.
  • Dare spazio a chi ha bisogno di chiudersi temporaneamente — vale per i figli e vale per i genitori.
  • Parlare con qualcuno di fiducia. Confrontarsi con la scuola, fare rete.
  • Ricordarsi che non si è soli — e che tutti, in modo diverso, ci sono passati.

Una parola sulla terapia. Non ogni situazione richiede un percorso terapeutico individuale o sistemico familiare. E soprattutto — attenzione — si sconsiglia di iniziare una terapia per il figlio per poi prendersela con quella stessa terapia quando non produce i risultati sperati nel tempo che si era immaginato.

La terapia è una danza. Le figure cambiano la coreografia esistente — e questo significa dover mettere in discussione anche se stessi. Non sempre è quello che si vuole vedere. Ma quando la situazione non è più gestibile, chiedere aiuto psicologico è un atto di coraggio, non di resa. Di solito si inizia dai genitori per valutare le strade percorribili. Un percorso non è un “passo per matti” — è un passo per volta verso lo stare meglio insieme.

Siamo noi gli adulti. Tocca a noi fare il primo passo.

E allora ben venga il Paranoia Festival — con la sua paranoia dichiarata, con il suo coraggio di mettere in piazza il disagio e chiamarlo festa. Perché forse è proprio lì, in quello spazio collettivo, che quel tutto questo niente può cominciare a riempirsi. Dove il vuoto che si faceva sentire trova finalmente una voce, uno sguardo, una risposta.

Bergamo, 8 e 9 maggio.

Benvenuta Paranoia.

Paranoia Festival 2026 Bergamo — Tutto questo Niente.

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Liesbeth Elsink

Psicologa laureata in Psicologia Clinica. Condivido su questo sito opinioni, suggerimenti, consigli, idee e motivazioni collegando il campo della psicologia con le persone.

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